Il ruolo dello psicologo in USU

Le persone che subiscono un danno al midollo spinale si trovano quasi sempre a misurarsi con una condizione di disabilità permanente che comporta cambiamenti devastanti e drammatici a livello biologico, psicologico e sociale.
La percezione del Sé non ha più corrispondenza completa né nella propriocezione né nello schema corporeo; prevale un sentimento di frattura a livello
anatomico, psicologico e temporale.
L’intervento dello psicologo sui pazienti al primo ricovero, già descritto da Guttmann, si prefigura in Unità Spinale (US) come un intervento sulla crisi che consente di ascoltare e contenere l’angoscia del paziente con una attenzione particolare ai meccanismi di difesa utilizzati, valutandone la funzionalità o la disfunzionalità all’interno del complesso processo di adattamento (diagnosi psicologica) e con uno sguardo attento a prevenire o a intervenire precocemente su eventuali complicanze psichiche conseguenti. La focalizzazione è
sull’individuazione ed il sostegno delle parti sane, l’identificazione delle risorse e delle capacità resilienti del paziente e del gruppo familiare. Raramente emergono resistenze e difficoltà nell’accettare il colloquio con lo psicologo; spesso, soprattutto per i familiari, lo spazio e il tempo del colloquio psicologico diventano un riferimento nei ritmi dell’US.
Proprio dall’esperienza sul campo, è nata la necessità di verificare le modalità operative più adeguate per l’intervento psicologico in US, un luogo dove tempo e spazio diventano immobili come gran parte dei pazienti, dove il colloquio con il paziente non è sempre in una stanza riservata dove la proposta di un incontro va fatta a tutti i pazienti per rimarcare un intervento sulla fisiologia di una situazione che mette in crisi l’intero assetto della persona. Il lavoro dello psicologo è prezioso già dal primo momento, quando la condizione acuta tende a mettere in evidenza l’aspetto biologico che, troppo spesso, nasconde l’angoscia di una situazione avvertita come sconosciuta ed inquietante.

L’intervento psicologico può essere descritto come un accompagnamento per sostenere il paziente nel recupero delle capacità residue, per favorire e sostenere una elaborazione della perdita, per imparare a decodificare i segnali sconosciuti che arrivano dal livello sottolesionale, per l’ acquisizione di strategie di adattamento, per individuare i mezzi e gli strumenti più congeniali a gestire una situazione difficile e complessa nella “normalità”.
L’elaborazione del lutto e della perdita risultano fondamentali per ritrovare il sentimento di integrità perduto, un fenomeno squisitamente psicologico che non ha corrispondenza all’integrità corporea.
Occorre aiutare il paziente a riprendere in mano la propria storia, improvvisamente interrotta dal trauma, per ritrovarne il significato.
L’eventuale psicoterapia dovrà essere di tipo focale supportivo, su aspetti specifici emergenti, secondo i propri modelli e teorie di riferimento.
I cambiamenti da affrontare sono imponenti anche per tutti i membri della famiglia e, quando la lesione comporta una disabilità grave, è quasi sempre un familiare ad occuparsi di tutta l’assistenza quotidiana: l’accompagnamento e il sostegno nell’affrontare questo compito è fondamentale per l’intero gruppo parentale.
L’approccio metodologico del lavoro in team è indispensabile; l’équipe è una grande risorsa quando si tratta di affrontare problematiche così complesse e per ricoveri molto lunghi. I ricoveri in US durano mesi persino nei casi meno gravi. Se tutti gli interventi fossero sbilanciati sugli aspetti biologici, questo consoliderebbe quelle modalità difensive di fuga per evitare l’angoscia dell’incognito che la lesione
ha portato con sé.

Fondamentale è la formazione: lavorare in US significa incontrare una umanità sofferente e spaventata, diversa dal cliente con un disagio psicologico che arriva nello studio dello psicoterapeuta, dove spazio e tempo sono parti di un setting definito e strutturato. Una solida formazione clinica, l’allenamento a riflettere sulle proprie emozioni, l’intervisione, la supervisione, sono strumenti che consentono allo psicologo di dare uno specifico contributo alla comprensione dei pazienti e dei loro bisogni nell’équipe.
Lavorare in Unità Spinale significa conoscere anche le conseguenze neurobiologiche della lesione, in particolare il dolore, una condizione spesso associata che può avere una eziologia sconosciuta ma pregiudicare anche gravemente la qualità della vita dei pazienti.
Lo psicologo che lavora in US contribuisce a modulare il lavoro quotidiano anche in considerazione della costante evoluzione (tipologia di pazienti, età, specializzazione degli interventi e approfondimento delle conoscenze, acquisizione di Ausili e nuove tecnologie) nella cura dei pazienti con lesione midollare e, quindi, all’organizzazione dell’Unità Spinale.
I rapporti con il territorio sono parte qualificante del lavoro in US: i servizi territoriali possono farsi adeguatamente carico delle persone con lesione spinale solo se vengono attivati in tempi utili e con modalità corrette.

A cura di Gabriella Rossi e Silvia Lapini

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